sabato 4 maggio 2013

Da: "Vocianti" - 2010

COLONÌA METRÒM*
​
Colonìa Metròm è una virgola
una breve pausa
nel discorso degli eventi
per dire che i sette arcangeli
sono passati di qua senza fermarsi
per troppa fretta di procedere.
È una zattera ancorata al vento
con le speranze di Mitriţă e Viorica
e altri seguenti
annotate con bella grafia
nel registro delle presenze.
​
Su quel margine d’argilla
ho portato i miei passi
in un tardo meriggio d’estate: furtivamente
ho cercato con gli occhi
la bambina con la chiave appesa al collo.
L’ho cercata dietro gli angoli rattoppati
tra i ciuffi dell’erba magra
nelle aiuole abbandonate
ma la bambina con la chiave appesa al collo
non l’ho veduta.
Neppure nella penombra delle scale
l’ho scorsa
che ha salito certamente
e sceso milioni di volte
nell’intreccio dei giorni
come un ragno costruendo la sua tela.
Nessuno neppure a guardare lo spicchio di cielo
sognandosi donna.
​
È andata via – dicono – probabilmente
come tanti di buon mattino
perché la notte qui
è più nera che altrove
e quasi son partiti tutti
cercando candele ovunque.
​
Luminosissime candele – dicono –
da piantare sulle mute stelle.

Braşov, 19 agosto 2009

​
*Colonìa Metròm è un sobborgo popolare nella zona industriale di Braşov.
Oggi, la gran parte di quelle fabbriche sono ormai chiuse da tempo.


*

PIAŢA SFATULUI
​
Non importano le coordinate
piaţa Sfatului è tra la terra e il cielo
sospesa a un filo d’irrealtà
e quasi t’aspetti che parli la tua lingua.
​
Il piombo dell’esistenza
qui diviene materia nobile – plausibile.
Anche l’anima si evolve nella parola
rara della felicità.

Braşov, 24 agosto 2009


*

L'OCEANO CHE E' IN TE
​
Con il mio cuore navigante
l’oceano che è in te attraverso
ignaro dell’abisso.
​
Quando la burrasca costringe all’àncora
al fischio del treno non ho mai ceduto.
​
È questo che chiamano amore?


*

IL MONDO DI TE NON SA
​
Il  mondo di te non sa – anima mia –
che del mondo sei
​
non sa del tuo nome la grafia
il colore dei capelli
né la direzione del tuo cammino
​
ma se dimenticassi
anche uno solo dei tuoi respiri
fenderebbe la sua corteccia
una profonda
sanguinante ferita.
​
15 febbraio 2010


*

VOCIANTI
​
A questo gran vociare la mercanzia
a questo incantamento dell’ascoltatore
con le parole assoldate come puttane
non altra misura che il silenzio…
guardarci negli occhi
ove s’annidano certe le promesse
e la testimonianza come di marmo scritta
dove la notte è notte
la luce tu vedi che è luce
e la lingua tace come sconfitta
chiusa nella gabbia dei denti
e quello che accade senti
come d’ombre una dimenticanza.


*

CI VOLTIAMO A UNA VOCE
​
            Ci voltiamo a una voce
o ad altro che le somigli
come il sibilo del vento
le note di un violino
le grida di una gabbiana
alla luce dell’alba.
            Ci voltiamo a una voce
per poterci fermare
esaminare la posizione
misurare la nostalgia
di quell’ultima piana
col metronomo del cuore.
            Ci voltiamo a una voce
per non sentirci soli
incrociare lo sguardo
distratto del passante
convincendoci la mente
che quella è la strada.
            Ci voltiamo a una voce
lo stesso senza udirla
(o estraneo a noi quel timbro)
quel gesto come di natura
sperandoci alle spalle
l’incitamento di Dio.


*

IL COREUTA DI ARGO
​
La scena non è più la stessa.
​
Un tempo fummo folla comunità
cantori necessari di quella spaziosità concessa.
E mai mancava la sottolineatura
perché tutti capissero
quel che la vicenda narrasse
– fosse incesto tradimento o sepoltura.
​
Vedili ora: un manipolo attrezzati
d’improvvisati recitanti – fondali meccanizzati
microfoni altoparlanti –
sullo scenico palco smisuratamente
persi
nello spazio di quel perimetro. Li vedi
come cercare nel vuoto
le battute da bocca a bocca
saltellando come rospi di vetro.
​
Più non partecipiamo alla rappresentazione.
Non più preghiera. Appartenenza.
Non più il nostro intercalare
s’ode costante
quell’intermittenza nel dialogo
rassicurante
quell’intromissione…
​
breve
della coscienza.


*

L'ANIMALE
​
Vagava fra ciuffi d’erba
con il sole rovente
che gli puntava addosso.
​
A una pozza si fermò.
Le zampe tremanti
per il corpo grasso.
​
Un fruscio
in quell’istante lo ammonì.
Ristette all’ascolto
​
(chi poteva sapere
chi conosceva – dunque –
l’accadimento?)
​
scisso tra l’insaziato bere
e la mossa esangue
dell’allontanamento.


*

COME LA PIETRA
​
Come la pietra…
​
compatta
immutabile
fedele dov’è posta
​
singolare a se stessa
non generante
levigata di malinconie
odio
inutili promesse
​
che dissepolta
è rivelatrice di passi
humus
di fossili ronzii testimonianza
​
come la pietra…
​
non manco di provare
la mia esistenza.


*

DALL'ESILIO
​
Ci stiamo abituando a questo luogo.
Per nulla l’oscillare ci stupisce
dalla luce alla notte come il mare
né la malastagione né lo strazio della terra
per lo sbadiglio delle sue viscere.
​
Ci stiamo abituando a noi stessi
alle nostre veglie ai nostri sonni
al biasimato chiacchiericcio
al dolore di testa come alla zoppìa.
​
Né il muro ormai più c’infastidisce
che dell’orizzonte sbarra il cammino
e da questa corte stipata di sguardi
vedere al di là proibisce.


*

AI SAPIENTI
​
Spiacente – signori –
non credo ai luccicanti proclami
al linguaggio sintattico
al pensiero colto
di chi non ha mai bestemmiato.
​
Smettete di dosso le vesti bianche
le mani adunche a scavare la tana
gli occhi lacrimosi dalla polvere.
​
Innominato sorga il vostro giudizio
dall’incanto primitivo
e di bocca emettete suoni
articolando fonemi viscerali:
barriti…latrati…acuti cinguettii.
​
Solo allora potrò credere
curvo dei miei miraggi
ciò che direte con lingue di tufo.

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